Un pellegrinaggio sulle orme di Mosé per conoscere la condizione dei cristiani d’Egitt

In occasione dei sessant’anni dalla fondazione di “Aiuto alla Chiesa Che Soffre”, Roberto Simona, responsabile dell’Antenna della svizzera romanda e italiana, ha voluto proporre questo Paese come meta di un pellegrinaggio del tutto particolare.

“In viaggio con “Aiuto alla Chiesa Che Soffre”

Un pellegrinaggio sulle orme di Mosé per conoscere la condizione dei cristiani d’Egitto

L’Egitto è uno dei molti Paesi dove oggi è difficile essere cristiani.
E’ per questo motivo, che in occasione dei sessant’anni dalla fondazione dell’organizzazione caritativa internazionale “Aiuto alla Chiesa Che Soffre” (ACCS), Roberto Simona, responsabile dell’Antenna della svizzera romanda e italiana, ha voluto proporre questo Paese come meta di un pellegrinaggio del tutto particolare, improntato alla semplicità, alla condivisione, alla conoscenza dell’altro. Hanno risposto in tanti, anche diversi ticinesi, che si sono sentiti interpellati da una proposta che aveva in programma di incontrare presso la sua residenza al Cairo, sua Beatitudine Antonios Naguib, patriarca d’Alessandria, di vistare i luoghi dove sostò la Sacra Famiglia, durante la sua fuga in Egitto; di visitare i monasteri del deserto, che custodirono nel silenzio le più alte forme di monachesimo del passato, di salire sulle orme di Mosè sul Monte Sinai, per salutare da lì l’alba nascente; di sostare in preghiera presso il Santuario di Santa Caterina dove ancora oggi fiorisce il roveto ardente; di scendere nell’infermo dei rifiuti con gli zebelin del Cairo, per giungere, infine, sulle rive di quel Mar Rosso che inghiotti l’esercito del Faraone, dopo essersi aperto per lasciar passare gli ebrei in fuga. E così, il giorno della partenza da Ginevra, il gruppetto di pellegrini era composto da una trentina di persone -di cui sette provenienti dal Ticino- accompagnate oltre che da Roberto Simona, anche dalla giornalista Corinne Zaugg, responsabile della comunicazione per ACCS, mentre il responsabile dell’accompagnamento spirituale, Padre Hany Bakum, giovane prete copto-cattolico vice-rettore del seminario del Libano, li attendeva al loro arrivo al Cairo.

 

 

L’incontro con Sua Beatitudine Antonios Naguib

Subito il primo giorno, i pellegrini hanno avuto il privilegio di essere ricevuti da sua Beatiutudine, Antonios Naguib, patriarca copto-cattolico d’Alessandria, ma che risiede al Cairo. In un incontro estremamente cordiale e informale, il Patriarca ha risposto in un francese perfetto alle molte domande che l’impatto con una terra, un cultura, una religione diversa, aveva suscitato nei pellegrini; spiegando che il cristianesimo in Egitto è andato diffondendosi a partire dal I secolo per opera di San Marco Evangelista e che subito il suo deserto attirò numerosi eremiti. Tanto che si può dire che nel IV e il VII secolo tutto l’Egitto era cristiano. Le cose dovettero però cambiare presto con le invasioni islamiche.

Oggi la popolazione egiziana conta circa 80 milioni di persone, di cui tra i sei e gli otto milioni sono cattolici. Tra questi la maggioranza è rappresentata dai copti-ortodossi. Solo circa 220 sono cattolici e vivono sparsi in tutto il Paese, che conta sette diocesi e una diocesi patriarcale. Mentre in tutto l’Egitto vi sono sei altre Chiese cattoliche: latina, greco-melchita, armena, maronita, siriana e caldea. Il termine “copto” altro non significa che “egiziano”: quando gli arabi musulmani conquistarono l’Egitto, chiamarono i suoi abitanti “copti”: siccome quasi tutti erano cristiani, questo termine divenne sinonimo di cristiano e d’allora i cristiani d’Egitto vengono chiamati “copti”. Per quanto riguarda l’attualità, il Patriarca ha spiegato che ufficialmente la libertà religiosa è garantita dalla Costituzione. D’altra parte la medesima Costituzione afferma l’islam come religione di Stato. Per cui è come dire che i cristiani hanno il diritto di culto dentro la propria Chiesa, ma non il diritto di evangelizzare. Se poi c’è bisogno di restaurare una chiesa o di costruirne una nuova il permesso va chiesto direttamente al Presidente e potete ben immaginare che questi ha cose ben più importanti da fare, per cui possono passare anni prima che giunga il permesso…

Dall’inferno della spazzatura al paradiso di San Seman

La strada improvvisamente sale decisa, lasciandosi alle spalle quell’enorme cantiere in fermento che è il Cairo. Una città che negli ultimi decenni ha conosciuto una vera e propria esplosione demografica e dove la fame di case è tale che la gente non attende che una costruzione sia finita per prendervi possesso. Lasciatisi quindi alle spalle gru e lavori, panni stesi e ragazzini vocianti, la strada s’inerpica lenta su per la collina. La prima cosa a venirti incontro è l’odore:un odore di cibi andati male che sembra addirittura offuscare l’aria rendendola troppo densa e rugginosa da far entrare nei polmoni. Ma dopo un po’ ti arrendi e l’attenzione si sposta dall’odorato, al senso della vista. Tutt’intorno un formicaio di persone, alle prese con enormi fagotti di spazzatura. Benvenuti nel quartieri degli “zabalin”: gli straccivendoli del Cairo che qui sono stati confinati negli anni ’50 dall’amministrazione cittadina che li voleva esterni al tessuto cittadino, lontani dalle piramidi, fuori dalle inquadrature turistiche. E loro si sono spostati con i loro asini, i loro maiali neri che di spazzatura si cibano e di tutto quel poco che necessita loro per vivere e si sono ulteriormente specializzati in questo loro sporco quanto redditizio lavoro. Oggi sono circa in 30 mila a viverci tutti appartenenti alla chiesa copto-ortodossa. Dicono che la loro attività di riciclatori li renda ricchi, ma forse questa parola qui ha un altro senso che da noi. La strada si inerpica sempre più stretta e quando c’è da incrociarsi con un furgoncino straripante di fagotti di bottiglie di pet o di parafanghi ammaccati, parole urlate e incomprensibili si levano da entrambe le auto, rimbalzando dall’uno all’altra, finché un minimo slargo non permette ai veicoli si passarsi accanto, sfiorandosi. Ed infine , bruscamente come tutto ha avuto inizio, i mucchi di rifiuti, i cubi di cemento dove i zabelin vivono e persino l’odore, cessano mentre la vista si apre su un’enorme anfiteatro scavato nella montagna. Benvenuti sulla sacra collina del Moqattam: qui la tradizione cristiana copta narra che passò la Sacra Famiglia durante il suo pellegrinare per le terre d’Egitto.

Sulle orme di Mosé con il fiato dei cammelli sul collo

Padre Hany prepara l’altare in modo che gli occhi dei pellegrini possano fissarsi contemporaneamente sul Dio che si rivela nel pane e sul Monte, dove per la prima volta si rivelò agli increduli occhi di Mosé. E mentre la notte avanza e cala improvvisa su quel piccolo gruppetti di pellegrini in preghiera sotto la volta stellata dell’immenso cielo d’Egitto, Padre Hany racconta di come la visita al monte Sinai sia un ripercorrere spiritualmente il cammino di Israele che va incontro a Dio per ritrovare l’origine della propria fede. Di come sul Sinai Mosé ricevette una rivelazione speciale prima di essere inviato a liberare Israele dagli Egiziani e di come l’incontro con Javhé cambiò anche fisicamente il suo aspetto, tanto che dovette velarsi il volto divenuto raggiante. Poche ore di sonno dopo, siamo tutti pronti per iniziare la grande avventura che ci porterà a poggiare i nostri piedi nelle orme di Mosé. Un lungo, interminabile serpente di luce ci farà compagnia per tutta la notte: sono migliaia i pellegrini che compiono ogni notte quel silenzioso rito che per ciascuno riveste un particolare significato spirituale ma che tutti lega, sconosciuti fratelli del medesimo Dio. La salita si fa erta. Il fiato si fa corto. La litania mariana fa fatica a tradursi in parole e diventa preghiera del cuore. E quando il passo si fa più lento ecco che da dietro si avverte un odore acre, animale: e lenti e silenziosi ti sorpassano un cammello col suo cammelliere. E così per ore: una, due…cinque, sei. Finché il cielo inizia a farsi chiaro, più chiaro e infine il panorama si allarga, il sassoso sentiero si arresta, lo sguardo domina a 360 gradi tutte le vette circostanti. E sei arrivato. I tuoi occhi vedono quello che vide Mosé: una millenaria catena di monti brulli, lisci e rugosi come enormi elefanti addormentati, che cambiano colore via via che il sole s’affaccia sul mondo. Sembra la prima volta. L’emozione è fortissima. C’è chi canta. Chi prega. Chi s’inginocchia a questo primo mattino.

(Articolo di Corinne Zaugg, Giornale del Popolo, 10 maggio 2008)

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