Profughi cristiani d'Irak: una delegazione di ACCS li ha incontrati l'estate scorsa inSiria

A causa di chissà quale pregiudizio o di chissà che ignoranza, me li immaginavo avvolti in drappi color deserto, coperti di polvere, con le loro povere cose avvolte in voluminosi fardelli, invece.

REPORTAGE

A causa di chissà quale pregiudizio o di chissà che ignoranza, me li immaginavo avvolti in drappi color deserto, coperti di polvere, con le loro povere cose avvolte in voluminosi fardelli. Invece vestono come noi. Come noi qualche anno fa: quando le magliette coprivano le pance e le gonne sfioravano il ginocchio. Sono i profughi cristiani d’Iraq, che ho avuto la ventura d’incontrare l’estate scorsa a Damasco, in Siria, nell’ambito di una missione di “Aiuto alla Chiesa Che Soffre”. Li incontri per strada e ti sembrano famiglie in vacanza. Con i bambini per mano. I passeggini, le carrozzelle. Poi scopri che alloggi nel medesimo ostello. Tu per due settimane, loro da tre mesi… E piano piano ti viene l’occhio. Impari a distinguerli. Riconosci il trucco pesante con cui le donne sottolineano la curva degli occhi. I segni della ricrescita sotto la tinta da rifare. Il fisico pieno dei loro mariti. Le pesanti croci d’oro intorno al collo. I siriani sono diversi. Forse solo per il fatto che non hanno il tempo di fare i turisti e nella sovraffollata Damasco, che in pochi anni ha visto la popolazione passare da due a quattro milioni di abitanti, proprio a causa loro, dei profughi dell’Iraq, vanno spediti inseguendo i loro lavori precari, inghiottiti da mille veli che rendono nere le strade. Per i profughi giunti da Mossul, da Baghdad, da poco più di duecento chilometri più ad ovest, la situazione è diametralmente diversa. Ce lo hanno detto loro, nel corso di interviste a volte interminabili e straripanti di parole, a volte quasi mute, a causa di un groppo alla gola che non faceva uscire che un filo di voce, rilasciate nei saloni parrocchiali di alcune delle tante chiese cristiane che rendono il tessuto ecclesiastico siriano, un composito (e pacifico) terreno di ecumenismo vissuto. Li incontravamo a piccoli gruppi. Un nucleo familiare dopo l’altro. Spesso padre, madre, figli, zii e zie. Altre volte genitori con gli anziani nonni e i figli. Altre donne sole con i figli. Ibrahim, Yousif, Afrah, Mirwa, i loro nomi. Le loro storie: tutte diverse ma drammaticamente simili. Per primi, sul finire del 2004, erano partiti i più abbienti. Quelli che si potevano permettere anche un lungo periodo inoperoso all’estero: ingegneri, docenti, impiegati di banca, titolari di negozi e di alberghi. Hanno venduto le loro case e si sono rifugiati a Damasco nell’attesa di migrare in Svezia, Canada, Nuova Zelanda. Poi la paura di ritorsioni è diventata realtà quotidiana. Alle donne cristiane veniva imposto di mettere il velo per uscire. Sono iniziati i rapimenti a scopo di estorsione: rapivano i bimbi a scuola, i mariti che andavano al lavoro, le donne al mercato. Tanto che dopo un po’, i cristiani sono stati costretti a vivere da reclusi nelle loro case. Di vendere le loro proprietà, con l’estendersi dell’anarchia in cui il Paese era caduto dopo la caduta di Saddam, non se ne parlava proprio più. Succedeva ora che alcuni integralisti venuti da fuori, si presentassero alla porta intimando alla famiglia di lasciare entro 24 ore la casa, altrimenti li avrebbero fatti sloggiare con le cattive. E così nottetempo, in molti hanno lasciato la capitale con quanto riuscivano a caricare sulle loro auto e dopo otto-nove ore di angoscia, tra posti di blocco e check-point, raggiungevano Damasco. Uno degli ultimi arrivati nella capitale siriana è un tassista di Mosul che insieme a sua moglie è scappato a bordo del suo taxi giallo. Ora è qui in strada. Con sé non ha nulla e ci guarda disperati. “Forse voi che siete stranieri potete fare qualcosa…” E mi mette in mano un foglio scritto a caratteri arabi, dove l’unica cosa che riconosco è la sigla dell’ Alto commissariato per i rifugiati.

 



Andiamo a casa di Hanan (30 anni). Saliamo una scala stretta tra pareti scrostate. Dietro ad una porta sbilenca, appaiono il volto scavato di Milad (36) e di Bocad, suo marito (39). Seduti sul divano ci attendono Jeems (27) e Nahla (28), Ibrahim (72) e Katrina (66). Mentre Philip (2) dorme nell’altra stanza. Sono tutti parenti. In otto vivono in due stanze prese in affitto e che costa loro 700 dollari di affitto al mese. I soldi che hanno bastano loro solo ancora per due altre mensilità, poi non si sa. Solo Jeems lavora. E i settanta dollari che guadagna bastano a malapena per il cibo e le medicine per il nonno. Nonno che siede assente. Gli occhi acquosi che fissano il vuoto. La nonna continua a parlare sottovoce. Forse sta dicendo delle preghiere. O forse sono invettive… Ci raccontano che in Iraq vivevano da signori. Il nonno, prima di ammalarsi, era nell’esercito. Uno dei fratelli, impiegato di banca. Gli irakeni, un tempo, erano ricchi. Molto più ricchi dei siriani. Dover oggi dipendere da questi ultimi, è un’ulteriore umiliazione che si aggiunge alle molte altre. Come quella di ricevere aiuto dalla parrocchia caldea vicino a dove abitano. Si sveglia Philip. Tutta la famiglia gli si fa intorno. Tutti i sorrisi sono per lui. Unica luce tra queste quattro pareti trasudanti umidità.

Afrah invece è venuta via da Kirkuk con i suoi quattro figli quando una bomba è scoppiata nella scuola del figlio. Il più grande ha sedici anni, il più piccolo, Maryo, sei. Sono giunti solo nove mesi fa. Il marito lavorava in ospedale. E’ rimasto in Iraq. La mamma sta a casa, Mrwan lavora come barista 12 ore al giorno e prende 9'000 pound siriani: 8000 servono solo a pagare un mese di affitto. I conti per i cristiani d’Iraq, in Siria non tornano proprio.

Maream è una bella ragazza di 18 anni. Al collo porta un’elegante croce d’oro. Cosa significa essere cristiani in Iraq per lei? “A Baghdad eravamo nel mirino. Non potevamo andare in Chiesa, girare per le strade. Qui tutti i giorni andiamo in Chiesa e preghiamo. Se qualcuno venisse e mi dicesse: o ti converti o ti uccido, gli direi: Uccidimi.“

Nel composito mosaico delle storie raccolte, la costante è una profonda mancanza di speranza. Nessuno, proprio nessuno tra i moltissime profughi che abbiamo incontrato, pensa di poter rientrare in Iraq. Né presto né tardi. Né sotto gli americani, né immaginando il Paese riconsegnato a se stesso. Certo la pressione dei governi che li hanno accolti c’è. Sia la Siria che la Giordania spiano con occhio attento il mino segnale di distensione per potersi sbarazzare di questa zavorra che solo per coincidenza geografica si sono trovati ad accogliere. Infatti a settembre si sono verificati i primi rimpatri, più o meno volontari, più o meno forzati.

Il sei gennaio, dopo un Natale trascorso nella calma, la notizia di una serie di attentati coordinati che hanno interessato quattro chiese e tre conventi di ordini religiosi a Baghdad e Mosul, hanno fatto ripiombare nel terrore i cristiani d’Iraq. Per Louis Sako, vescovo di Kirkuk e amico di “Aiuto alla Chiesa Che Soffre” che da anni sostiene i cristiani d’Iraq, si tratta di un messaggio ben preciso che rientra in un disegno coordinato.

Se così è non tarderemo, purtroppo, a scoprirlo ben presto.

Corinne Zaugg

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