Intervista esclusiva ad ACCS di un alto prelato dell'Eritrea: "I giovani fuggono dal nostro Paese per evitare l'arruolamento forzato nell'esercito"

La situazione in Eritrea si fa sempre più critica. Ce ne ha parlato un sacerdote giunto nei giorni scorsi in Svizzera, dall'Italia, dove è in cura presso una struttura ospedaliera.

INTERVISTA

Eritrea: "I giovani fuggono dal Paese per evitare l'arruolamento forzato"

“Tra tutti i poveri, abbiamo scelto i più deboli: i bambini, le donne incinta e che allattano, i malati cronici, gli anziani. Ma quest’anno abbiamo dovuto ridurre drasticamente il nostro raggio d’azione. Invece delle 15 mila persone che raggiungevamo prima, ora possiamo includere nel nostro programma di distribuzione di cibo supplementare (6 chilogrammi di preparate energetico e un litro di olio al mese, n.d.r.) solo ancora 4500 persone.” A parlare è un alto prelato eritreo, ospite di “Aiuto alla Chiesa Che Soffre” giunto in Svizzera in questi giorni, dall’Italia dove è in cura presso una struttura ospedaliera. Le sue parole sono misurate. Il suo nome e il suo volto preferisce tenerli nascosti. La prudenza è d’obbligo, considerato che durante lo scorso mese di ottobre i tre vescovi del suo Paese non hanno potuto raggiungere Roma in occasione della prevista visita ad limina a causa di una situazione politica che, in un comunicato congiunto, hanno definito “delicata”. Prosegue il nostro ospite che si esprime in un italiano perfetto avendo soggiornato a lungo a Milano: “La situazione è veramente grave. Soprattutto l’ultima guerra (1998-2000) ha lasciato dietro di sé una lunga scia di odio. C’è ancora molta paura. Le frontiere a tutt’oggi non sono ancora definite e questo crea un sentimento di insicurezza che si riflette in ogni campo. Molti sono i “dislocated people”, ossia le persone che hanno dovuto abbandonare le loro terre per trasferirsi all’interno del Paese per motivi di sicurezza. Ma molti di più sono i profughi. Giovani che lasciano in modo avventuroso e illegale il Paese per sottrarsi al servizio di leva a tempo indefinito che li ruba alle loro famiglie e al loro futuro. Non si tratta di disertori, ma di obiettori di coscienza che arrivano in Europa in odissee difficili da raccontare, attraversando deserti e mari, alla mercé solo del Buon Dio.”


“Che cosa può fare la Chiesa occidentale, per venirvi in aiuto”, vogliamo sapere. “L’Occidente è sempre in cerca di titoli sensazionali per poi agire. Ma per noi questo modo di agire è controproducente e rischia di fare molto male alla Chiesa del nostro Paese. Non vogliamo e non possiamo creare difficoltà. Quello che vorremmo è trovare orecchie attente alle nostre necessità. Se alle volte ci sentiamo un po’ abbandonati non è comunque a causa del silenzio dell’Occidente. Ma perché le difficoltà sono veramente enormi. Anche nella nostra esperienza di fede alle volte sperimentiamo il silenzio di Dio. Salvo poi accorgerci che nei momenti di maggiore difficoltà le nostre due orme sono diventate una e che nel momento in cui ci sembrava di non farcela più, Dio ci ha preso in braccio…. Comunque, per ritornare alla sua domanda iniziale, quello che abbiamo bisogno noi come gli Etiopi è che sosteniate le due Chiese affinché riescano, da un lato, a sensibilizzare localmente le autorità, e dall’altro, a continuare il loro insostituibile impegno socio-pastorale e le molteplici attività che nonostante tutto, continuano a svolgere soprattutto nell’ambito dell’insegnamento e della sanità.”

Qualche anno fa, la Chiesa eritrea ha deciso di dar vita al “Progetto Maadi” ( che ha goduto anche del sostegno di “Aiuto alla Chiesa Che Soffre”) creando un fondo unico per sostenere le scuole e gli ospedali cattolici. Come sta andando questo progetto?

“L’idea di creare questo consorzio è nata circa due anni fa. “Maadi” nella nostra lingua è il piatto comune da cui mangiamo tutti insieme. E’ un simbolo di comunione. L’aver creato questo fondo comune è molto importante perché ci protegge dall’individualismo, dall’egoismo E in questi due anni è stata un’importante fonte a cui attingere.”

(intervista apparsa sul Giornale del Popolo, del 5 gennaio 2008)

Intervista esclusiva ad ACCS di un alto prelato dell'Eritrea: "I giovani fuggono dal nostro Paese per evitare l'arruolamento forzato nell'esercito"_82