Eritrea: diario di viaggio tra i cristiani del Corno d'Africa

Quest'anno, che coincide con il sessantesimo dalla fondazione di "Aiuto alla Chiesa Che Soffre" , la sezione svizzera dell'opera ha scelto di concentrare i propri sforzi nel sostegno della Chiesa dell'Eritrea, cho oggi come oggi, rappresenta l'unica forza in grado di aiutare una popolazione ridotta allo stremo.

Reportage di viaggio

Eritrea: una fede vissuta tra fame e guerra

Un Paese che parla italiano .Si svuota quasi completamente a Jeddah, l’arereo della Lufthansa che collega Francoforte ad Asmara, la capitale dell’Eritrea. Scendono i pellegrini avvolti nei bianchi lenzuoli che vanno alla Mecca, scendono le ricche famiglie arabe che rientrano da lunghi tour in Europa, scendono le donne nero-vestite collocate nell’economy class, mentre i loro mariti viaggiano in business. Rimane una manciata di persone. I “superstiti” si guardano in giro un po’ spersi, alla ricerca di un sorriso amico. E nel silenzio che si è creato sull’aereo quasi vuoto ci si accorge di parlare tutti la stessa lingua: l’italiano. Parla italiano la giovane volontaria di Bergamo che ha pianto lungo tutto il viaggio guardando le foto di casa. Parla italiano il signore solo che è qui per la terza volta quest’anno, a sistemare delle aule di computer in una scuola cattolica ad Asmara. E parliamo italiano anche noi di “Aiuto alla Chiesa Che Soffre” che per due settimane gireremo il Paese per renderci conto di come vive, in questo piccolo stato del Corno d’Africa, quel 3,5% di cattolici schiacciato tra le due grandi religioni, quella copta e quella musulmana, che equamente e sino a questo momento pacificamente, si divide la popolazione.
Parlano italiano anche i vecchi agli angoli delle strade. Parla italiano la facciata del Cinema Impero, quella del vecchio edificio postale. Parlano italiano gli esili bassorilievi liberty della volta interna del Teatro Asmara. Il cappuccino del Café Roma. E praticamente tutti i religiosi e le suore cattolici che abbiamo incontrato. Primi fra tutti i vescovi delle tre diocesi presenti sul territorio.


Ferite di guerra che si vedono.
Ma anche solo passeggiando lungo Harnet Avenue, il corso centrale di Asmara, la bella capitale adagiata su un vasto altipiano a 2347 metri sopra il livello del mare, non si possono non vedere i molti mutilati che ci sono. Chi su lunghe grucce, chi su moderne sedie a rotelle automatizzate, ricordano drammaticamente la recente e cruda storia di questo giovane Paese. Una guerra durata trent’anni e terminata nel 1991, l’ha portato all’indipendenza. Un’indipendenza che non gli ha portato però né sviluppo, né prosperità, né tanto meno democrazia. Lo sbocco sul Mar Rosso che fa gola ai suoi potenti vicini e la perdita di parte dei già esigui terreni coltivabili lo costringe da un lato ad uno stato di continua all’erta, dall’altro lo condanna ad una fame che la scarsità delle piogge e una crescente desertificazione del terreno, non fanno che alimentare. Tutto questo fa sì che nel 1998 scoppi una nuova guerra, che dura due anni soltanto ma che viene combattuta con un odio e una ferocia mai prima sperimentati. Alla guida del Paese: il generale Isaias Afewerki, eroe della guerra d’indipendenza, che presiede un governo maoista che mantiene il Paese in un vulnerabile stato né di pace, né di guerra. Tutti i giovani, le ragazze come i ragazzi, vengono arruolati al compimento del loro diciottesimo compleanno e trattenuti alla leva a tempo indeterminato. Nei villaggi come nelle città manca un’intera generazione. Spetta alle donne, ai bambini e ai vecchi (e qui consumati dagli stenti a quarant’anni si è vecchi) mandare avanti l’economia.

Un’economia che praticamente non c’è, affossata da prezzi schizzati, negli ultimi due anni, alle stelle. Dai generi alimentari ai mattoni, tutto costa immensamente in rapporto ai pochissimi nakfa che la gente riesce a racimolare. E da qualche mese il governo ha messo pesantissime tasse doganali anche alle merci d’importazione. Persino agli aiuti umanitari. Poco per volta sono state allontanate dal Paese anche le molte ONG occidentali impegnate a fianco della popolazione. Oggi è praticamente solo ancora la Chiesa cattolica, in virtù della sua lunga tradizione umanitaria, ad affiancare una popolazione che non vede davanti a sé alcun futuro e che sta letteralmente morendo di fame.

E’ il quinto paese più povero del mondo
, l’Eritrea. E si vede. Anche se qui la povertà non ha la drammatica visibilità dell’India. Qui la gente non vive sui marciapiedi e neppure si accalca in bidonville che prolungano all’infinito le grandi città. Un po’ perché l’Eritrea è un piccolo Paese, che conta quattro milioni di abitanti soltanto. E un po’ perché l’80% della popolazione vive in un contesto rurale. In villaggi formati da una manciata di capanne di paglia. Piccoli rifugi circolari, dal pavimento in terra battuta, formati per lo più da due ambienti in cui abitano in sei, sette, otto persone. Famiglie allargate che comprendono gli anziani e uno stuolo di bimbi. Oltre qualche telo, alcune stoffe, pochi utensili di cucina, non c’è null’altro nelle capanne. Di elettricità neanche a parlarne. Tutt’intorno gironzolano alcune galline, un po’ più in là: alcune capre e gli immancabili asinelli dalle gambe legate per impedire che si allontanino troppo. Sono loro l’unico motore di quest’economia che poggia le sue basi su un aratro che tilizza ancora due pietre legate insieme da una corda di canapa, trainato da due buoi a cui un giogo maldestro, scortica a sangue la gobba.

La povertà qui ha il volto di un medioevo che si è pietrificato nella consuetudine della quotidianità. La terra naturalmente feconda, avrebbe bisogno solo di poche gocce di acqua per donare a piene mani i suoi frutti. Ma mancano pure quelle. A volte poi, quando l’acqua finalmente arriva, la sua violenza è tale da portar via la “terra buona” erodendo il terreno e lasciandosi alle spalle profonde buche sterili e incoltivabili. In alcuni (rari)villaggi sono state scavate per lo più da volontari provenienti dall’estero dei pozzi che grazie a pompe alimentate dall’energie solare, pompano l’acqua nei campi. Unico squarcio in questo medioevo cronicizzato.
La popolazione si divide quasi equamente tra musulmani, che vivono per lo più nelle regioni in riva al mare e cristiani, residenti sull’altipiano. La maggioranza di questi ultimi è rappresentata dai copti, mentre solo il 3,5% sono cattolici romani. I rapporti tra le due grandi religioni sono buoni. O forse bisogna dire, latitano, in qunanto il governo maoista non ha nessun interesse a sbilanciare un equilibrio che fa comodo a tutti. Ma mentre la chiesa copta è legata economicamente allo Stato (il patriarca copto abita in un moderno palazzo nel centro di Asmara costruito con finanziamenti statali) la Chiesa cattolica non ha legame alcuno con il regime.

Anzi i rapporti con il governo di Afewerki sono tesi. Ed è tangibile e quotidiana la paura che si avverte tra il clero che i rapporti possano guastarsi da un momento all’altro: che il regime possa statalizzare tutte le scuole cattoliche, appropriasi dei loro dispensari, espellere i missionari. E diverse leggi recentemente emanate, come quella di non concedere permessi di soggiorno agli stranieri per più di due anni o tassare le merci in entrata, triplicare il salario dei docenti o quella annunciata di obbligare alla leva anche i seminaristi e le religiose, sono state introdotte per colpire in prima persona la Chiesa cattolica e le istituzioni tradizionalmente portate avanti da quest’ultima. La situazione in cui versa il clero è quindi estremamente difficile: un percorso sulla lama del coltello. Da un lato l’opera della chiesa cattolica viene tollerata, perché è praticamente l’unica istituzione che ha i mezzi e le capacità di svolgere quel lavoro umanitario di cui la gente ha drammaticamente bisogno, dall’altro viene vista come una minaccia da tenere sotto controllo.

(reportage di Corinne Zaugg)

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