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  • Monsignor Ignatius Ayau Kaigama (Arcivescovo di Jos in Nigeria)
  • Nigeria, Diocesi di YolaMessa della Cattedrale di Yola nel 50 ° anniversario della diocesi: la sicurezza era rigorosa e la polizia armata era nel cortile (Boko Haram).
  • Distribuzione di aiuti umanitari agli sfollati interni (IDPS) sul terreno della chiesa cattolica St.Louis
  • Leah Sharibu è una ragazza nigeriana di 15 anni. È stata rapita quando Boko Haram ha fatto irruzione in un collegio nella città di Dapchi, diocesi di Maiduguri, nel nord-est della Nigeria, il 19 febbraio 2018 e ha rapito 110 studentesse.

La piaga dei sequestri di cristiani in Nigeria

Arcivescovo di Abuja ad Aiuto alla Chiesa che Soffre: i vescovi hanno concordato all'unanimità di non pagare riscatti

In Nigeria una serie di rapimenti e atti di violenza ai danni dei cristiani manifesta un peggioramento della situazione già gravissima per la comunità religiosa. Il 15 gennaio scorso don John Gbakaan, sacerdote della Diocesi di Minna, è stato rapito e ucciso il giorno dopo. Per la prima volta nella storia della Chiesa cattolica in Nigeria un vescovo, mons. Moses Chikwe, Pastore dell'Arcidiocesi di Owerri, a fine 2020 è stato rapito da uomini armati e trattenuto per alcuni giorni. Precedentemente erano stati rapiti padre Valentine Ezeagu, sacerdote della Congregazione dei Figli di Maria Madre della Misericordia (15 dicembre, rilasciato 36 ore dopo) e don Matthew Dajo, dell'Arcidiocesi di Abuja (sequestrato nel mese di novembre e liberato dopo dieci giorni di prigionia). 

In un'intervista rilasciata alla Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), mons. Ignatius Ayau Kaigama, Arcivescovo della stessa Abuja, capitale della Nigeria, definisce questa situazione «un morbo che si sta diffondendo senza che venga fatto alcuno sforzo significativo per arginarlo». Il prelato chiarisce che non solo i leader religiosi ma molti altri nigeriani, «vittime silenziose», stanno subendo la medesima drammatica sorte. Parlando poi degli autori dei crimini spiega che i termini “terroristi”, “banditi”, “uomini armati” sono stati usati indiscriminatamente per definire gli autori dei rapimenti, ma la loro identità non è nota con certezza. Rammaricato per le migliaia di persone uccise in diverse parti del Paese senza alcuna reazione significativa, mons. Kaigama ritiene sconcertante che le forze di polizia non siano in grado di identificare questi soggetti, e ciò avvalora l’opinione che non sono molti gli sforzi compiuti finore per garantire la pubblica sicurezza.

L’Arcivescovo ritiene che ci siano diverse motivazioni alla base dei rapimenti: «alcuni sono a scopo  economico, perpetrati da criminali alla ricerca di denaro facile, tengono le persone in ostaggio e chiedono riscatti di milioni di naira; altri legati al fondamentalismo religioso mirante all'espansione territoriale al fine di dominare coloro che considerano infedeli e i cristiani sono il numero uno sulla loro lista, ma attaccano e uccidono anche i musulmani che non approvano il loro modus operandi. I criminali, i banditi, che dir si voglia, sono consapevoli che l’attacco a un prete o a una suora cattolica fa notizia e pensano così di spingere il governo a prenderli sul serio. È una strategia tipicamente terroristica attaccare dove le ripercussioni sono più forti».

In merito al delicato problema dei riscatti richiesti il prelato spiega la posizione della Chiesa affermando che i vescovi della Conferenza Episcopale nigeriana hanno concordato all'unanimità di non pagare. Nel malaugurato caso di un nuovo sequestro il sacerdote chiarirà che la sua diocesi non paga riscatti. Lo scopo è evitare di alimentare questo macabro mercato di potenziali rapiti. 

«C’è urgente bisogno che il governo nigeriano affronti la situazione addestrando gli agenti di sicurezza ad agire in modo più efficace. Ci si aspetterebbe che, con tutto il denaro gestito dai politici, il governo investisse di più nell'acquisto di strumenti validi a perseguire i criminali. Gli agenti guadagnano molto poco e devono affrontare malviventi che hanno armi più sofisticate e spesso sono loro le prime vittime», conclude mons. Kaigama.